Caravaggio - Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d'Assisi
Caravaggio
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LA SANTA NOTTE, LA LUCE ED IL PRESEPE

Natività con i santi Lorenzo e Francesco


In occasione dell’inaugurazione del sito www.crssicilia.org, che inizia la propria attività in prossimità del Natale 2007, il Centro regionale Sangue della Regione Siciliana vuole contribuire ad alimentare la cultura attraverso una riflessione su una delle tele universalmente riconosciute come autografe di Caravaggio, per cogliere la cifra autentica della perenne contemporaneità della sua pittura e, nello stesso tempo, sentirsi coinvolti dal mistero raffigurato che ha come protagonista Maria di Nazaret.

Nell'estate del 1609, a Palermo, un artista geniale in fuga da Malta, realizzava un dipinto di straordinaria bellezza per l'Oratorio della Compagnia di San Lorenzo.

L'artista era Caravaggio e l'opera la "Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d'Assisi", che deve la presenza del "poverello d'Assisi", accanto a San Lorenzo, al fatto che l'Oratorio, all'epoca, era sotto la giurisdizione della Venerabile Compagnia di San Francesco. Caravaggio preannuncia con questa opera l'irreversibile riduzione luministica che caratterizzerà la sua ultima produzione.

Il tema evangelico della Natività è riletto in modo assai originale dall'autore, che, trasgredendo gli schemi iconografici tradizionali, assegna ai personaggi le fattezze della gente semplice e ritrae la Madonna nelle sembianze di un'umile popolana, conferendole, proprio in virtù di questo, una singolare intensità espressiva e rendendo come nessun altro il senso della quotidianità del sacro.

Il Bellori ricorda che questa è stata l’ultima tela dipinta dal Caravaggio in Sicilia tra l’agosto e l’ottobre del 1609:

Di Messina si trasferì a Palermo dove per l’Oratorio della Compagnia di San Lorenzo fece un’altra natività: la Vergine che contempla il nato Bambino, con San Francesco e San Lorenzo, ve è San Giuseppe a sedere, e un angelo in aria, diffonde nella notte i lumi tra le ombre

In realtà, sulla reale datazione della tela la storiografia critica ha opinioni non omogenee tanto che vengono proposte date che oscillano dall’anno 1600, con una commissione ipotetica stipulata a Roma e con successiva spedizione dell’opera a Palermo, fino all’anno 1610; qualcuno ipotizza perfino che il Caravaggio non sia mai stato a Palermo e che l’opera sia stata realizzata in un luogo diverso e trasferita per mare nel capoluogo siciliano.

Qualunque sia la realtà di certo è che l’opera è stata realizzata per la Compagnia di San Francesco di Assisi, presso l’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e certamente si tratta di un dipinto complesso da leggere e da interpretare.

Proviamoci insieme, partendo dall’ambiente e nel periodo storico in cui è stato realizzato il capolavoro.

L’ambiente ecclesiale nel quale matura la commissione dell’opera è quello cappuccino in un momento storico particolare: il padre provinciale dell’Ordine, fra Gerolamo Errante (siciliano) aveva promosso e redatto una rigida revisione della Regola Minoritaria cappucciniana che diffuse ed applicò in tutta la provincia nel 1606 dopo aver ottenuto l’imprimatur nel 1605.

L’Oratorio è invece legato all’ambiente dei ricchi mercanti che giunti a Palermo da ogni dove per affari, si ritrovavano nella compagnia uniti dalla comune devozione al Cordone di san Francesco.

Palesa, quindi, come la scelta del tema della Natività maturi proprio nell’ambiente devozionale della confraternita francescana direttamente in relazione a quanto voluto dallo stesso san Francesco nella notte del 24 dicembre dell’anno 1223 a Greccio dove, in quella notte, organizzò la sacra rappresentazione con i figuranti in carne ed ossa per offrire ai fedeli del paese la possibilità di radunarsi in preghiera attorno alla grotta, realizzando un luogo che fosse per quei fedeli il luogo di Betlemme.

In quel momento, in quella notte, l’arte sacra occidentale, con ogni probabilità, ha compiuto un enorme passo in avanti, in quanto in un gesto, tutto sommato semplice, è stata sintetizzata tutta la tradizione del teatro sacro maturato nei secoli precedenti e, letteralmente, viene inventata l’arte moderna.

Tutto è sincronico, i fedeli si trovano a vivere nel profondo della meditazione che il presepe offre loro, realmente, nel tempo e nel luogo dove Gesù è nato.

Da quella notte così intensamente vissuta a Greccio si genereranno, unitamente ad altre istanze teologiche e spirituali, tutti i presupposti per la nascita e lo sviluppo della prospettiva e della teoria delle luci e delle ombre, assieme ad una rinascita, in senso profondamente cristiano, dell’imitazione della natura.

Da qui, tanti trattati spirituali propongono al fedele innumerevoli meditazioni, proprio a partire da una ricostruzione mentale dei luoghi della vita di Gesù, nello stimolo a viverli come contemporanei dei fatti narrati dai Vangeli.

Questa tradizione, impossibile a sintetizzarsi per vastità e ricchezza, giunge fino alle pratiche di pietà proposte da san Filippo Neri e da san Carlo Borromeo, per citare solo alcuni esempi propri dell’ambito culturale nel quale è maturata la visione artistica di Caravaggio. Tutto questo, in Caravaggio, si mescola e si fonde con un continuo recupero della tradizione medievale.

Per comprendere il senso di questo dipinto è necessario ancora una volta ricorrere alla Legenda aurea, che risulta come uno scrigno prezioso, dal quale per secoli gli artisti nelle loro botteghe hanno attinto per dipingere le sacre rappresentazioni dei loro dipinti.

Jacopo da Varazze, per esempio, nel capitolo VI, dal titolo Natività di Nostro Signore secondo la carne, così scrive:

Arrivati a Betlemme, Giuseppe e Maria non riuscirono a trovare alloggio perché erano poveri, e tutti i posti erano stati già occupati da quelli che erano venuti prima di loro per la stessa ragione. Allora si fermarono in un riparo lungo la pubblica via che, come si legge nella Historia scholastica, si trova tra due case ed era coperto da una tettoia. (….) Lì Giuseppe mise una mangiatoia per il bue e per l’asino, oppure, come sostengono altri, siccome i contadini quando andavano al mercato vi legavano i loro animali, la mangiatoia era già li pronta. Proprio lì a mezzanotte della domenica (il primo giorno del Signore) la Beata Vergine partorì il suo figlio e lo adagiò sul fieno, nella mangiatoia (nella Historia scholastica si dice che sant’Elena portò poi quel fieno a Roma, fieno che miracolosamente l’asino e il bue non avevano mangiato).

Anche Niccolò IV nel 1296 si premurò ad occuparsi del presepe delegando la sua sistemazione, ed in particolare la mangiatoia, ad Arnolfo di Cambio in Santa Maria Maggiore a Roma, collocando le statue di Maria, di Giuseppe e dei Magi: di fatto un unico immaginario filo unisce la pratica devozionale proposta da san Francesco e gli sviluppi dell’arte sacra.

Il Caravaggio racchiude in sé, rappresentandoli in maniera inequivocabile nel suo capolavoro “La santa notte con i santi Lorenzo e Francesco”, tutti gli elementi tratti dalla sistemazione narrativa composta da Jacopo da Varazze.

Ben lungi l’idea di affermare che, per dipingere la tela di Palermo, Caravaggio abbia letto la Legenda aurea proprio in quell’occasione, ma è palese che nell’intimità della sua anima fosse ben presente questo tipo di lettura, e che anzi avesse l’abitudine di una continua rilettura e meditazione, intesa anche come fonte d’ispirazione iconografica per la sua pittura, come del resto era pratica diffusa da secoli nelle botteghe d’arte.

Addentriamoci, adesso, nella lettura del dipinto.

La composizione dei personaggi nel complesso si presenta come apparentemente semplice, legata ai santi della Compagnia e dell’Oratorio che sono posti ai lati della scena centrale della Natività, come in una pala d’altare cinquecentesca. San Giuseppe è seduto di spalle sulla destra della tela ed è rappresentato intento in un dialogo con la figura alle sue spalle, poggiata al bastone e con il cappello, posta a sinistra di san Francesco e che taluni individuano con fra Leone, fedele compagno dell’assisiate, ma che è verosimilmente un pastore.

Come è tradizione Caravaggio colloca anche l’angelo che annuncia la natività ai pastori e gli pone in mano il cartiglio con la scritta: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli”. L’angelo è però rappresentato nell’atto di discendere verso la Vergine e il bambino, mentre con la mano destra indica il cielo e con la mano sinistra si protende verso il capo di Maria: in questo modo la figura dell’angelo costruisce un ponte di congiunzione tra cielo e terra, in una diagonale che individua nell’oscurità, della scena, la discesa di una luce che rischiara.

Al proposito è utile leggere ancora un breve passo di Jacopo da Varazze:

“Infatti la notte stessa della natività del Signore l’oscurità si trasformò nel chiarore del giorno”.

La luminosità, che già Caravaggio aveva continuamente ricercato nel percorso della sua vita, viene riproposta qui con una maestria straordinaria.

Dovendo, infatti, introdurre le due figure di san Francesco e di San Lorenzo, il Merisi costruisce una struttura tale che i due santi, astanti e contemplanti, vengono inseriti come contemporanei all’azione, in memoria delle tele di tradizione che conosciamo solitamente come sacre conversazioni e che più profondamente rappresentano la Comunione dei santi nel corpo mistico della chiesa, e cosi divengono parte attiva nella tela, ognuno secondo la propria identità.

Egli dà una interpretazione linguistica delle due figure di santi, che vengono costruite non già e non solo secondo una concezione storica, ma piuttosto come è in uso nella tradizione medievale secondo un canone allegorico, che non è distanza dalla realtà, ma piuttosto all’allusione al senso più profondo della realtà stessa.

Caravaggio compie dunque una sintesi tra la natura realistica dei dettami post-tridentini proposti da Paleotti, e una visione neomedievale, contemporaneamente presenti sul palcoscenico della cultura cattolica d’inizio secolo.

Colloca, pertanto, san Francesco nell’oscurità, cioè nella cecità degli occhi, mentre contempla, assorto nella preghiera, Maria e il suo santo bambino; infatti, al capitolo CXLIX della Legenda aurea, a proposito di san Francesco si legge:

“Non faceva uso di lucerne né di lampade né di candele per non deturparne lo splendore con le sue mani”

e più avanti, riportando elementi tratti dalla Legenda maior:

« San Francesco si ammalò agli occhi perché piangeva sempre. Gli suggerirono di non piangere, ma lui rispose: “Non è per amore della vista, comune all’uomo e alle mosche, che dobbiamo rifiutare di vedere la luce eterna” »

Francesco dunque, pur privo della vista, è colpito dalla luce che giunge dall’alto e che rischiara la notte, quella notte che egli contribuì a far entrare nel cuore e nella mente dei fedeli con l’invenzione del Presepe di Greccio.

San Lorenzo, di contro, è posto nella scia luminosa incanalata secondo la direttrice individuata dal gesto dinamico dell’angelo e dal cartiglio che fa sventolare nell’aria del cielo, sopra gli astanti. Lorenzo è nella luce, la sua veste, la dalmatica, è investita dalla corrente luminosa che la fa risplendere nel buio della notte; infatti, ancora nella Legenda aurea, relativamente a Lorenzo leggiamo:

il nome di Lorenzo deriva da “lauro”, perché ottenne la corona della vittoria durante la sua passione […] il suo colore verde si rispecchiò nella limpidità e nella purezza del suo cuore, disse infatti: “La mia notte non ha oscurità”.

Caravaggio lavora costantemente nella coniugazione degli opposti, e anche in questo caso non fa eccezione, tanto che il volto di colui che non può vedere è posto nella luce piena e quello di colui che risplende è posto nella penombra, impallidendo di fronte alla luce dei volti di Maria e di Gesù; questi non solo sono investiti dalla luminosità del raggio celeste, ma risplendono essi stessi di uno sfolgorante chiarore, che pone in secondo piano tutto quanto è attorno.

Maria così si viene a trovare nell’incrocio di tutte le direttrici, come in un centro ideale di sguardi, di parole, di preghiere e di luce.

Tutto è attorno a lei come in un vortice che riconduce al mistero dell’incarnazione, al mistero di Dio che si fa uomo, nell‘attualizzazione del piano della salvezza, dove i poveri pastori con i santi, gli animali e gli angeli del cielo, si uniscono in un coro che canta, nello splendore della Chiesa e nella misera povertà di una stalla, la preghiera di chi è testimone di un evento miracoloso e lo attesta con la propria vita. E non si può concludere con le parole che Jacopo scrive nel capitolo IV sulla Natività:

Fu infine straordinaria per il modo in cui avvenne la generazione. Il suo fu un parto al di là della natura, dato che una vergine concepì; fu al di là della ragione, perché fu partorito Dio; aldilà dell’umana condizione, dato che partorì senza dolore; al di là della consuetudine, poiché la vergine non concepì dal seme umano, ma dal mistico soffio dello Spirito Santo; lo Spirito Santo infatti trasse materia dalle più pure e caste parti del sangue della Vergine, e con esse formò il corpo di Cristo. Così Dio ci mostrò un quarto straordinario modo di fare l’uomo. Dice a questo proposito Anselmo: “Dio può fare l’uomo in quattro modi: senza uomo né donna, come fece con Adamo; con l’uomo ma senza donna, come fece con Eva; con l’uomo e con la donna, come succede normalmente; con la donna ma senza l’uomo, come nel giorno del Natale”.

Maria è posta, dunque, nel dipinto di Caravaggio al centro di questo crocevia di sguardi e di preghiere, perchè è rappresentata come il segno indicato da Isaia per indicare la pienezza dei tempi, nella quale nasce il Salvatore: “Ecco, una vergine partorirà”. (Is. 7, 14)

Purtroppo la tela è stata trafugata nel 1969 e non è stata mai più ritrovata.

 

Il Centro Regionale Sangue della Regione Siciliana fa appello all’intimità leale degli uomini che sono a conoscenza del luogo in cui è nascosta la tela e chiede agli stessi di compiere un gesto di buona volontà e di grande generosità mettendo in atto ogni azione umana possibile affinché il dipinto possa tornare a rivivere in libertà al proprio posto e nei musei di tutto il mondo, perché la sua visione, la sua contemplazione e la sua meditazione possa contribuire alla conversione dell’umanità.


BUON NATALE 2007

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